Buono come il vino

Dopo anni di relativa ignoranza, adesso siamo tutti esperti di vino.

C’è stato un periodo in cui scelte politiche regionali scellerate hanno portato molti vignaioli ad estirpare i vigneti in cambio di soldi, con la conseguente sparizione di intere cantine sociali e il rischio di estinzione per alcuni vitigni. Poi la passione e la perseveranza di pochi ha avuto la meglio, e la moda ha fatto il resto. Ora un mondo che sembrava fatto di pochi eletti che in circoli quasi esoterici parlavano di bouquet, di dorato e paglierino, di tannini e di retrogusto di frutti rossi estivi, si è aperto al grande pubblico.

Guarda bene fra le tua amicizie: di sicuro c’è una tizia intellettuale che fino a qualche anno fa non beveva il vino perché era una cosa da circolo dello scopone e invece ora sta studiando per diventare sommelier di terzo livello (una specie di cintura nera dell’enologia), o l’hipster che da frequentatore incallito di fast food si è trasformato in un profeta della barrique, e sorseggia rossi importanti con mosse studiate, quasi ieratiche. Se poi vai ad uno qualsiasi dei tanti wine festival in giro per la Sardegna, li troverai là, assorti in disquisizioni profonde o rapiti dalle note sapide di un carignano riserva.

Molto più prosaicamente, io vado ai wine festival perché si beve bene, tanto, tante cose diverse, c’è moltissimo da imparare, si conoscono i vignaioli e di solito c’è una bella atmosfera. Domenica scorsa a Siddi c’era tutto questo e altro ancora.

Di Siddi e di S’apposentu ho scritto varie volte, e i continui attestati di stima da parte di appassionati ed esperti ne sanciscono il successo continuamente. La collaborazione fra Roberto Petza e la comunità di Siddi ha fatto nascere, tra le altre, il Siddi Wine Festival, giunto alla quarta edizione. La distanza dai grandi centri urbani ha scoraggiato molti poser che non distinguerebbero un vermentino da un chinotto, per cui l’atmosfera era rilassata e familiare. Il leitmotiv cercato era la condivisione, e l’obiettivo è stato centrato. Nella palestra del paese è stato allestito un percorso di assaggi curati da chi il vino lo produce, lo distribuisce, lo ama. Intanto gli allievi dell’Accademia servivano prelibatezze a velocità supersonica, aiutati dall’onnipresente Roberto Petza, attento ad ogni particolare e disponibile e cortese con tutti.

Ci siamo trovati, in pochi eletti, alla degustazione guidata nello scintillante auditorium allestito dove un tempo sorgeva il pastificio Puddu, e dallo stile asciutto e deciso di Gilberto Arru siamo passati a quello più poetico e scanzonato di Giuseppe Carrus. Una cosa è certa: ho imparato che il vino parla, cambia, nasce, vive e muore per poi restare nella memoria e rinascere in forme sempre nuove. Parla di chi lo produce, del territorio, del clima, della cura e del rispetto che ci vuole per raggiungere un prodotto così bello e complesso. Giovanni Bietti doveva presentare il suo libro su Mozart, invece ha parlato dell’approccio dei grandi esperti di vino, delle lacune nella loro formazione e nella distorsione del loro punto di vista, talmente concentrato a trovare le sfumature da scordarsi la visione d’insieme.

La giusta conclusione, a tavola con i produttori nella sala allestita a Baradili, è stata suggellata dalla cucina di S’apposentu, con un menù a base di prodotti del territorio presentato in maniera impeccabile, a parlare di vino e di vita con i ragazzi di Trecentosessanta, sorseggiando un cannonau proposto da Federico Atzori, deus ex machina della rinascita della cantina Meloni.

Sotto una pioggerellina finissima siamo andati via, consapevoli di essere un po’ cresciuti, maturati, migliorati, proprio come un buon vino dovrebbe fare.

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Informazioni su Valerio Caddeu

Edonista, critico, fotografo dilettante, viaggiatore, artista fallito, sportivo incostante, cittadino del mondo con la Sardegna nel cuore.
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