Mi s’istringhet su coro

Molto spesso la mia vita zingara e randagia mi ha portato a sbattere il muso sulle tante difficoltà di chi si trova a vivere lontano dal nido familiare.

Tutto comincia con l’università, quando hai appena passato i diciotto anni e ti senti il padrone del mondo, poi continua con l’esigenza di lavorare, e la mia generazione conosce bene la difficoltà di trovare un impiego sotto casa. Tutto sommato a me è andata bene: le mie peregrinazioni si sono svolte quasi tutte nell’ambito dell’Isola o al massimo sul territorio nazionale, per periodi di mesi, a volte anni, e durano tuttora.

C’è chi invece ha cambiato stato, a volte continente: quando il lavoro chiama anche l’Australia e la Nuova Zelanda valgono bene un trasloco. Si cambia casa, lingua, abitudini, clima, alimentazione, in nome della tanto agognata “sistemazione”. In questo però la Sardegna ha sempre avuto una marcia in più: non c’è un posto al mondo dove i Sardi non abbiano coagulato intorno a un circolo o a un’associazione culturale che rendesse il distacco dall’Isola un po’ meno doloroso.

Cando pesso a bidda mia, mi s’istringhet su coro… Così mi disse uno degli appartenenti al circolo emigrati di Alessandria parlando di Tonara (Quando penso al mio paese, mi si stringe il cuore – traduco per i non sardòfoni), e questo è il sentimento dominante per tutti o quasi i conterranei lontani. Se la nostalgia (parola che in sé racchiude il nostòs, l’agognato ritorno) è direttamente proporzionale alla distanza, immagino i languori di chi è andato a cercare fortuna agli antipodi, specie in tempi nei quali muoversi da uno stato all’altro e da un continente all’altro era molto più difficile di oggi.

La crisi che ultimamente si è acuita in modo vertiginoso spinge i miei coetanei e quelli delle generazioni successive verso i paesi in cui il welfare è più avanzato del nostro, e spesso l’esperienza universitaria dell’Erasmus fa da apripista. Qualche tempo fa sentii un’intervista su Radio24 a un giovane (categoria dai confini molto labili, me ne rendo conto) il quale aveva inviato il suo curriculum a decine di aziende in Italia, proponendo la sua preparazione di alto livello. Ottenne risposta da due o tre aziende le quali lo sottoposero a colloqui di lavoro con la puzza sotto il naso e nessuna voglia di valorizzarne la figura professionale. Provò allora nella zona di Parigi, e la musica cambiò di colpo: riconoscendo in lui la risorsa che rappresentava, le aziende se lo contesero e lui poté scegliere la proposta a lui più consona. Insomma: dopo sei mesi di contratto di prova gli hanno proposto qualcosa di molto più stabile e definito.

Ecco cosa manca alle imprese italiane e cosa non viene focalizzato da chi guida le politiche sul lavoro: l’attenzione alla persona, alle sue potenzialità e alla sua crescita professionale. Un concetto distorto di flessibilità ha avvelenato il dibattito sociale: non può esserci flessibilità senza un welfare solido, senza uno stato che consideri la persona come risorsa, ognuno secondo le proprie abilità e la propria preparazione. Eppure i modelli a cui ispirarsi in Europa non mancano! Paesi nei quali anche gli immigrati, compresi quelli partiti da qui, vengono inclusi nei benefici di un stato sociale valido, e difficilmente farebbero il percorso inverso se le condizioni da queste parti rimangono uguali.

Lo so, io parlo di queste cose da una posizione privilegiata (nessuno mi ha regalato niente, ho giocato le mie carte al momento giusto), ma vivo nel mondo attuale, mi confronto con le realtà di tutti ma continuo a ad avere un concetto di casa piuttosto labile e instabile.

Anche a me, ogni tanto, la nostalgia fa stringere il cuore.

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Informazioni su Valerio Caddeu

Edonista, critico, fotografo dilettante, viaggiatore, artista fallito, sportivo incostante, cittadino del mondo con la Sardegna nel cuore.
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Una risposta a Mi s’istringhet su coro

  1. Miss Pinny ha detto:

    Sapevi che partire e partorire condividono la stessa origine linguistica? Dall’isola ci “dividiamo” fisicamente ma usiamo il linguaggio che ci ha insegnato per decifrare tutto ciò che di nuovo ci viene incontro e nell’isola riportiamo il nostro nuovo modo di guardare il mondo.

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