Sassari alla Cantonese

La capitale del Capo di Sopra, seconda città dell’Isola. Eppure a sentire i sassaresi tutto ciò che c’è al di sotto di Macomer non è più Sardegna…

La rivalità tra nord e sud dell’Isola ha radici lontane, giustificate da una distanza geografica esigua ma con tanti ostacoli. L’unica strada che collega i due estremi la costruirono i Romani, e il percorso attuale ricalca quello di allora, con alcuni tratti buoni e scorrevoli e altri pieni di buche. Ma la distanza geografica è nulla rispetto al cambio di paesaggio, di atmosfere, di lingua, di abitudini … La dimostrazione del fatto che la Sardegna è un piccolo universo.

Della strada statale 131 Carlo Felice vi parlerò presto, oggi voglio concentrarmi su Sassari. La prima volta che ci misi piede ero a bordo di un camion e per lavoro ne scaricavo la merce in giro per i paesi dell’Isola: mi sembrò una città solare e spaziosa, piena di piazze e fontane (rimaste solo nella mia memoria visto che ora non ne trovo più) e con persone sorridenti e gentili, a dispetto dei luoghi comuni che scoprii in seguito sui sassaresi.

Oggi la frequento spesso per motivi di lavoro e non solo, ne ammiro la bellezza e ne riconosco i limiti: come tutte le cosiddette città dell’Isola, si può considerare un grosso paese o la fusione di più centri, nel quale si distinguono i puri, quelli arrivati dal circondario e i forestieri, per lavoro o per studio. Una cosa unica in Sardegna è l’espressione Tattaresu in ciabi, ovvero Sassarese verace, da almeno sette generazioni: nessun altro centro che io sappia usa espressioni idiomatiche di appartenenza.

La città sta conoscendo un grande sviluppo, la zona industriale di Predda Niedda pullula di aziende e di centri commerciali, e da poco si è arricchita di un apporto culturale e gastronomico finora unico in Sardegna: un ristorante-buffet cinese-giapponese. Si chiama Sakura (eh sì, viva la fantasia) e si trova in via Predda Niedda Nord, di fronte all’hotel Vialetto. La sua novità sta nella formula buffet, a prezzo fisso bevande escluse: già visto altrove, specie in Germania, mai in Sardegna.

La sala è grande e accogliente, e presenta tre corsie di approvvigionamento: una di cibi cinesi (si va dal classico involtino primavera al riso cantonese, alla zuppa, agli spezzatini e così via), uno di sushi (molto approssimativo ma comunque godibile) con accanto dolci e frutta, e uno centrale con le crudità di terra e di mare, da combinare e portare all’angolo cottura in cui i maestri cuociono i cibi davanti a voi. Si può scegliere la cottura Teppanyaki o Wok, nel secondo caso con l’abbinamento di salse adeguate. Si può mangiare quello che si vuole per una spesa, a cena, di 15 euro e 90 centesimi (a pranzo non si superano i 10 euro).

E’ stato forte entrarci nel giorno in cui Sassari celebra la sua Festha Manna, La Faradda di li candareri: mentre tutti i sassaresi e i turisti erano intenti a festeggiare, la comunità cinese della città si ritrovava ai tavoli di Sakura. Per oltre un’ora eravamo, io e la Martulina Coraggiosa, gli unici indigeni in sala. All’ingresso di un’altra coppia isolana abbiamo riso a vedere le loro facce, specie quando hanno incontrato il nostro sguardo e hanno tirato un sospiro di sollievo, tipo “meno male che c’è anche qualche altro senza gli occhi a mandorla!”.

E’ stato quasi istruttivo vedere una comunità intera riunirsi a mangiare i cibi delle loro parti così lontano dalla madrepatria. Mentre mi facevano assaggiare le grappe di ginseng e di bambù, deliziose, i ragazzi (cinesi) che ci lavorano mi hanno detto che il fenomeno si ripete ogni domenica a pranzo, quando i negozi per cui sono diventati popolari sono chiusi e loro si possono riunire ai tavoli di Sakura.

Ovviamente Sassari è molto più di questo, ma avremo modo di scoprirlo.

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Informazioni su Valerio Caddeu

Edonista, critico, fotografo dilettante, viaggiatore, artista fallito, sportivo incostante, cittadino del mondo con la Sardegna nel cuore.
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