A pranzo in S’Apposentu

Metti un assolato mezzogiorno di inizio agosto. Metti le brulle colline del medio campidano, gialle di stoppie e punteggiate da radi alberi, alla cui ombra si riparano piccoli greggi di pecore tosate di fresco. Metti anche che, data l’ora e il luogo, ti punge la vaghezza di assecondare l’appetito, concedendo qualcosa (più di qualcosa, in realtà) alla naturale propensione per il bello e il buono, soprattutto a tavola.

E’ stato così che siamo arrivati a Siddi, io e la Martulina Coraggiosa, guidati da un’idea che rincorrevamo da qualche tempo. La fama di Roberto Petza è ormai vasta. Io ricordo il primo S’apposentu, a due passi dalla vecchia stazione ferroviaria di San Gavino Monreale, dove passavo ogni giorno nel mio ultimo anno da studente delle superiori in viaggio verso il Liceo di Villacidro. Quest’anno invece per il mio compleanno la M.C.voleva portarmi a S’Apposentu al Teatro Lirico perchè aveva letto le entusiastiche recensioni ancora presenti in rete e nelle guide meno aggiornate, ignorando le vicissitudini del locale, legate al deficit dell’ente lirico e culminate qualche anno fa con la sua chiusura. L’inseguimento si è concluso nel citato mezzogiorno (in realtà nel frattempo si era fatta l’una passata) di inizio agosto col nostro ingresso a Casa Puddu.

E’ qui che Roberto Petza ha fondato la terza versione di S’Apposentu (la sala da pranzo, dove in ogni casa sarda si ricevono gli ospiti), in quella che fu la casa dei famosi pastai di Siddi, e dove ora risiede anche l’Accademia. Emozionatissimi abbiamo preso posto in sala, e vista la fama non siamo stati lì a studiare il menù, ma abbiamo chiesto per entrambi il menù degustazione del territorio. Non voglio dilungarmi nella descrizione di ogni singolo assaggio, come fanno i critici delle guide: sei portate, più vari altri assaggi, più il pane (fette di civraxiu, un po’ di guttiau e panini variegati appena sfornati, alcuni col sesamo, altri col pomodoro e l’origano). Basti sapere che l’ambiente è semplice ma molto elegante, con la cucina rustica in un angolo ornata di bottiglie di distillati da tutto il mondo e il focolare con una bella xivedda (il recipiente di terracotta nel quale si impasta) al posto del fuoco e col gancio a cui si appendeva il mastello ancora al suo posto, con la firma del padrone di casa alla base del perno, e le finestre che si affacciano sul giardino. Ad un certo punto esce dalla cucina un ragazzo magro con gli occhiali, i jeans e la casacca da cuoco, ma con in testa un cappello di paglia come quello che usava mio nonno quando aggiustava le strade che collegano i paesini della Marmilla. Va in giardino e torna in cucina con erbe aromatiche e primizie dell’orto. “E’ lui!” “No, non può essere!” Uno con la stella Michelin non va a raccogliere le spezie nell’orto. O forse sì?

Intanto passavano le portate, semplici e geniali nella preparazione e nella presentazione, con i sapori perfettamente equilibrati. Il motivo principale era composto dal pecorino e la ricotta, che tornavano in varie combinazioni con verdura e ortaggi di stagione, fino all’apoteosi della tagliata di pecora con cipolline in agrodolce e al dolce, per il quale la M.C. ha scelto di seguire la degustazione (erborinato di pecora e composta di pere), io invece ho scelto le pesche di Villacidro caramellate al rum con biscottini allo zenzero e panna. Quasi commossi per l’esperienza dei sensi, storditi dalla bontà del pasto, a malincuore ci siamo preparati ad andare via, quando ecco il coup de théatre: il giovane e professionalissimo cameriere ci chiede se potevamo aspettare: lo chef voleva salutarci! Era lui!!! Ci ha stretto la mano con un sorriso e ci ha chiesto se avevamo gradito, e ci ha anche regalato sa fregua, la sua fregola fatta a mano.

Il conto poi, a dispetto di fama, location, stelle e raffinatezza, è assolutamente abbordabile: menù degustazione 40 euro a persona, bevande escluse. Cosa chiedere di più, specie se incontri la tua rockstar preferita nel backstage subito dopo il concerto? (Il paragone è quanto di più calzante, nel mio caso).

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Informazioni su Valerio Caddeu

Edonista, critico, fotografo dilettante, viaggiatore, artista fallito, sportivo incostante, cittadino del mondo con la Sardegna nel cuore.
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Una risposta a A pranzo in S’Apposentu

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