Dioniso Pellegrino va (anche) al cinema

E ovviamente sputerà le sue sentenze anche su ciò che sceglie di vedere sul grande schermo.

Il cinema mi è sempre piaciuto, da quella prima volta in cui entrai in sala (1986, mio zio mi voleva portare a vedere “King Kong 2” e invece in cartellone c’era “Superfantozzi”), con le sedie in legno e le tende di velluto rosso al cinema Tre Campane di Lunamatrona. Da allora ho visto un po’ di tutto, sia in sala che a casa, ma non ho mai provato grande simpatia per il genere western, tanto caro alla generazione precedente alla mia.

Ci ho provato, in quelle interminabili seconde serate dei Bellissimi di Retequattro, ad apprezzare i vari Buoni Brutti e Cattivi o Pugni di Dollari, e anche i meno impegnativi Ringo, Django, Sabata e Sartana, ma li ho sempre trovati noiosi e didascalici. L’unica eccezione è l’immortale Lo chiamavano Trinità e il suo seguito …continuavano a chiamarlo Trinità, entrambi campioni d’incasso nei primi anni settanta, ancora godibilissimi e perfetti sotto ogni aspetto.

Nonostante questo mio disamore per il genere mi sono lasciato irretire dal richiamo intellettualoide dei fratelli Coen e sono andato a vedere Il Grinta. A conferma del mio sentimento anche questo film mi ha un po’ annoiato, anche se la storia era avvincente e raccontata piuttosto bene. La mia abissale ignoranza mi teneva all’oscuro del fatto che la stessa storia era già stata raccontata in un altro film, uscito con lo stesso titolo ma 40 anni prima, interpretato dall’icona del western John Wayne.

Ho visto il film del 1969, dove la vicenda è raccontata con dettagli maggiori, e mi è piaciuto! Purtroppo la versione italiana è piagata da un doppiaggio monocorde (abbastanza comune in quel periodo), ma questo non toglie “grinta” ai personaggi, in particolare a quel Rooster Cogburn che a John Wayne è valso l’unico Oscar di tutta la sua carriera.

Le due storie differiscono in poco: quella dei Coen ha una fotografia e una tecnica di ripresa molto superiore (40 anni saranno serviti a qualcosa) e un finale più ampio e drammatico. Anche in questo caso preferisco il finale scanzonato del film del 1969, con il vecchio Rooster ancora una volta sbruffone e ironico.

Insomma, un remake che ha avuto come unico pregio quello di farmi scoprire un piccolo grande film del passato.

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Informazioni su Valerio Caddeu

Edonista, critico, fotografo dilettante, viaggiatore, artista fallito, sportivo incostante, cittadino del mondo con la Sardegna nel cuore.
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