I AMsterdam, I WASsterdam!

Freddo e italiani ovunque, ecco quale sarà il mio ricordo di Amsterdam.

I AMsterdam, I WASterdam

La città ha il suo fascino, con i canali che ne hanno fatto la Venezia del nord (niente a che vedere: Venezia è umida, decadente e puzza di cloaca), l’architettura gotica, le biciclette dappertutto, il Rijksmuseum e la sua collezione meravigliosa di opere di Hals, Metsu, Rembrandt e Vermeer, e il Van Gogh Museum, che ha nel seminterrato una interessante antologia di pittori naturalisti e fotografi dell’inizio del XX secolo.

Ho scelto un albergo poco fuori il quartiere centrale, ma stavo proprio davanti alla Amstel Station, dalla quale in una manciata di minuti arrivavo alla Centraal. Ho fatto il classico giro piazza Dam-mercato dei fiori-quartiere a luci rosse, insomma, mi sono comportato da turista quasi normale. I nostri connazionali affollano la città per via dei coffe shop, degli smart shop(quelli dove puoi comprare funghi allucinogeni e altre amenità), delle prostitute in vetrina e del gioco d’azzardo. Poi visitano l’Hard Rock Café (quasi che fosse diverso da quello delle altre città), comprano le classiche magliette e copricapi con scritte inneggianti alla città e i suoi vizi, e ovviamente si strafogano di pizza, hamburger e, quando va bene, kebab, quando va proprio di lusso, bistecche pseudo argentine.

In effetti non ci sono molti posti in cui i turisti possano mangiare tipico, anche perché la cucina locale non brilla in varietà: si trovano i pesci, visto che il mare è appena dietro la Cantraal Station, soprattutto le specie dei mari freddi a tranci; ma si trovano soprattutto piatti invernali a base di patate (e Van Gogh ne ha dipinto tantissime, oltre ai famosi mangiatori di patate), cipolla, crauti e carne, combinati in piatti unici molto sostanziosi da abbinare alle birre locali.

In memoria dei fasti legati al colonialismo e alla Compagnia delle Indie (periodo del quale trovate le testimonianze al piano terra del Rijksmuseum), la Colonizzazione al contrario ha portato a stabilirsi in città molte comunità dell’estremo oriente, soprattutto indonesiani. Invece lo stato sociale avanzato e moderno ha consentito anche a popolazioni perseguitate e oppresse dell’Africa Centrale di trovare qui un porto sicuro: somali, eritrei, etiopi, sono alcune delle comunità più rappresentate. Ovviamente tutti questi si sono portati appresso le loro tradizioni culinarie, e i ristoranti etnici abbondano (e sono fedeli o quasi alla cucina di provenienza).

Io e la M.C. abbiamo provato l’esperienza indonesiana in un ristorantino che si affaccia sul mercato dei fiori, il Sampurna. La signora che lo gestisce è indonesiana di origine, ed è molto simpatica ed efficiente. Il locale è semplice e molto elegante, e la cucina è… particolare: accosta la carne di pollo e manzo a salse agrodolci, oppure a spezie forti, dominate dallo zenzero, con contorni di verdure al vapore o caramellate. L’insieme è un po’ scioccante, ma con un po’ di coraggio, apertura mentale e curiosità si può sperimentare!

Di sicuro, se dovessi tornare ad Amsterdam, non lo farei in gennaio: fa davvero troppo freddo, rispetto alle mie latitudini. I will BEsterdam, maybe…

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Informazioni su Valerio Caddeu

Edonista, critico, fotografo dilettante, viaggiatore, artista fallito, sportivo incostante, cittadino del mondo con la Sardegna nel cuore.
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6 risposte a I AMsterdam, I WASsterdam!

  1. Cristian ha detto:

    Ciao vale!!!! Devo andare anche io ad amsterdam a febbraio…. Speriamo non nevichi!!! Toga amsterdam?

  2. Marta P. ha detto:

    Che forte la chiusura! 🙂
    Sai, non l’ho trovata affatto trasgressiva come città. Nonostante il quartiere a luci rosse, nonostante le nuvole di ganja, e i coffee/smart shop. Li ho percepiti più come prodotti turistici che altro. E questo mi faceva saltare agli occhi ancora di più il provincialismo degli italiani medi che abbiamo visto.

  3. martinauras ha detto:

    La stagione adatta per visitare Amterdam è la primavera 🙂 per i colori dei suoi tulipani.

  4. Pingback: Dioniso Pellegrino 2.0 | Dioniso Pellegrino, un blog di Valerio Caddeu

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