Il locale nel locale

Di solito gli esperti in materia di vino sono quelli che davanti a un bicchiere sfoggiano un lessico ricercato e appioppano alla bevanda gli aggettivi più disparati. Se il parametro è questo, allora io non sono un esperto di vino.

Tanto meno ho capacità tecniche nella produzione, in quanto non ho mai avuto la possibilità di partecipare ad alcuna fase, a partire dalla coltivazione della vite o dalla vendemmia.

Però il vino mi piace, perché so che dietro c’è tanto lavoro, passione, attesa, e il piacere di gustarlo coinvolge al completo la sfera sensoriale (tranne, forse, l’udito, per ovvi motivi). Ed è per questo che dopo tanto tempo sono contento di aver visitato nuovamente Enò, a Cagliari: un posto dove il cliente viene incoraggiato e guidato nell’assaggio, e dove la cucina è funzionale al processo. Per chi non sapesse dove si trova, ecco la guida:

Ma non voglio soffermarmi sul locale in sé, per quanto meriti una descrizione. Sappiate solo che insieme a un compendio della produzione enologica sarda, hanno qualche etichetta di ogni regione italiana, una sorta di piccola antologia, e spesso organizzano percorsi gustativi a tema accompagnati dai piatti giusti.

Tradito dalla nostalgia del periodo trascorso in Piemonte, ho voluto assaggiare un Dolcetto prodotto a La Morra, nelle Langhe. A dispetto del nome, il Dolcetto non è un vino dolce, anzi, diciamo che al primo assaggio si sente una leggera nota di asprigno, ma è davvero profumato e gustoso. Devo ammettere che in Piemonte ho dovuto fare un passo indietro nel mio orgoglio: arrivai da quelle parti sicuro della assoluta superiorità delle produzioni sarde in tutti i campi della gastronomia; poi feci la conoscenza del Barbera (La Luna e i Falò, http://www.terredavino.it/site/?module=site&method=prod&menu=2.1.1.32) e appunto del Dolcetto, e scoprii come in Sardegna manchi una vera tradizione nella produzione di vini di livello: solo negli ultimi anni e con le conoscenze del grandi enologi, le cantine sarde stanno curando la qualità, a dispetto delle materie prime ottime che abbiamo sempre avuto. Mi si è aperto un mondo. In Piemonte, appunto.

Accompagnato all’ottima fregola con carciofi, arselle e bottarga, il Dolcetto era un po’ fuori posto: non mi ha acceso tutte le sensazioni che ricordavo, benché fossi consapevole di avere tra le mani una bottiglia di tutto rispetto. Sarebbe stato più a suo agio con i piatti delle zone delle zone dove è prodotto? Sì, e la fregola avrebbe voluto la compagnia di un Vermentino, probabilmente.

Non voglio fare il maestro di pensiero, né disquisire di presìdi alimentari. Semplicemente, l’esperienza mi suggerisce che “moglie e buoi dei paesi tuoi” è applicabile solo a tavola, perché se abbino cibi e vini nello stesso territorio ho una certa garanzia di risultato. Ovviamente è verificabile anche il contrario, la contaminazione, l’unione di luoghi distanti nello stesso menù, ma in quel caso ci vuole studio e esperienza.

Un consiglio, quindi: se girate il mondo, dovunque vi troviate, non cercate necessariamente di ricreare la vostra tavola casalinga. Sappiate apprezzare il lavoro e la passione di chi la tavola la prepara tutti i giorni anche da quelle parti.

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Informazioni su Valerio Caddeu

Edonista, critico, fotografo dilettante, viaggiatore, artista fallito, sportivo incostante, cittadino del mondo con la Sardegna nel cuore.
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2 risposte a Il locale nel locale

  1. Martula ha detto:

    Ehi, menestrello! Come fai a dimenticare il richiamo vellutato che esce dal collo di una bottiglia appena stappata? Dicevi bene, coinvolge TUTTA la sfera sensoriale…
    …è entrato un gattuccio in casa, poco fa…secondo te che fine farà? 🙂

  2. Pingback: EtniCagliari | Dioniso Pellegrino, un blog di Valerio Caddeu

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